Ai Tibetani in cerca di libertà
11 dicembre 2017

 La mattina del 15 giugno 1994, Sua Santità Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, ha visitato Pennabilli, città di fra’ Orazio Olivieri, in occasione del 250° anniversario della morte del missionario che partì alla volta del Tibet nel 1712 e salvo una breve interruzione vi rimase fino alla sua morte nel 1745,  dedicando la sua vita alla missione cristiana in Tibet

Dopo una cerimonia di benvenuto, mentre dalle finestre del centro storico scendeva una pioggia di petali colorati, Sua Santità ha scoperto una lapide sulla facciata della casa natale del frate cappuccino. Ha visitato in seguito una mostra documentaria sull’opera di fra’ Orazio in Tibet e messo a dimora un gelso nell’Orto dei frutti dimenticati.
Centinaia di persone raccolte in piazza Vittorio Emanuele II hanno ascoltato commosse le parole del Dalai Lama ed un applauso fragoroso ha salutato i rintocchi della campana di fra’ Orazio registrati in Tibet.

 

IL DISCORSO DEL DALAI LAMA
pronunciato in piazza V. Emanuele II in lingua Tibetana e tradotto in consecutiva da Luca Corona, interprete ufficiale italiano del Dalai Lama

Vorrei ringraziare le autorità, il Sindaco, il presidente della Provincia, il prefetto e particolarmente il rappresentante dei Cappuccini e il mio amico Nunzio Apostolico (Arciv. Pietro Sambi, Nunzio Apostolico in Indonesia) per avermi dato la possibilità di incontrarvi in questa occasione così importante, perché ci ricorda un evento della storia veramente degno di essere ricordato.
Arrivando qui devo dire che ho provato una forte emozione, una nuova emozione, qualcosa di mai provato prima, un’esperienza intensa.
Da una parte mi sono venuti in mente gli avvenimenti di 250 anni fa, dall’altra parte mi sono anche ricordato di quanto è cambiato da quel periodo, da quei tempi, ad oggi.
E quel vostro concittadino che visse 250 anni fa, Orazio della Penna, era senza dubbio una persona fuori dal comune, in quanto dotato di grande coraggio e grande determinazione.
E inoltre l’aver visto una foto della campana che egli portò a Lhasa e soprattutto aver sentito il suono di questa campana mi ha dato una sensazione veramente molto intensa, soprattutto per il fatto che da molti anni non vedo più il mio Paese.

Di fronte a me, su questa collina è il simbolo, la Croce, di una delle grandi religioni del mondo e appena sotto sono le bandiere di preghiera tibetana, simbolo anch’esse di una delle grandi religioni del mondo, il buddismo. E poi, visto da qui, il convento sembra moltissimo uno degli eremi del Tibet.
Quindi, in un ambiente cosi significativo, ci siamo ritrovati tutti insieme, persone appartenenti a diverse culture, diverse razze, diversi credo religiosi, e ci siamo dimenticati di queste differenze, ci siamo ritrovati tutti insieme e ci sentiamo tutti uniti da qualche cosa e penso che questo sia un momento veramente straordinario.
Io penso, e in genere lo ripeto continuamente, che è proprio quel sentimento di simpatia di affetto che si può avere gli uni nei confronti degli altri, che hanno il potere di risolvere i problemi del mondo. Mentre invece se questo sentimento manca, se l’amore verso il prossimo non è sufficiente, allora benché tutti noi siamo esseri umani e allo stesso modo dipendiamo strettamente gli uni dagli altri, a questo buon sentimento si sostituisce invece un atteggiamento egoista e quindi l’interesse a fare del male agli altri per potere ottenere il proprio vantaggio. Ecco che quella è proprio la causa di ogni problema e alla base di ogni conflitto di questo mondo. Se noi vogliamo veramente promuovere la pace dobbiamo assumerci la responsabilità di questo.
Quindi oggi, dalla ricorrenza di eventi avvenuti 250 anni fa, penso che possiamo trarre due insegnamenti principali.
Il primo insegnamento che possiamo trarre è il seguente: pensate a quest’uomo, 250 anni fa, di questo piccolo paese, che da solo partì per l’Oriente, allora, superò la grande catena dell’Himalaya, arrivò in questo lontanissimo paese, il Tibet, rimase là lunghi anni, studiò la lingua, studiò la cultura e compose, come prima accennava il Frate Cappuccino, il primo dizionario tibetano italiano, che poi venne usato in tempi successivi da diversi studiosi quindi, guardate come una persona, al momento in cui riesce a generare un forte coraggio e una forte determinazione, riesce a fare delle cose così grandi. Ecco, questo credo sia il primo insegnamento, la cosa di cui noi tutti ci dobbiamo ricordare quando ci sentiamo scoraggiati e pensiamo: ma io sono solo uno, anche se ho queste aspirazioni, come faccio io da solo a raggiungerle. Ecco, questo è un atteggiamento sbagliato, bisogna proprio, prendendo esempio da questi uomini, da uomini come Orazio della Penna, generare un forte coraggio e appunto una forte determinazione.
Il secondo insegnamento che possiamo trarre, considerando l’epoca in cui questo viaggio avvenne, è che allora le varie nazioni, i vari gruppi umani, erano molto isolati, tanto più questo valeva per il Tibet, d’altra parte la sua posizione geografica stessa lo isolava dai contatti con le altre nazioni, la grande catena dell’Himalaya a sud, le regioni montagnose dell’est, i grandi spazi disabitati del nord e quest’uomo invece viaggiò, superò tutte queste difficoltà, arrivò nel paese, studiò la cultura e soprattutto creò questa relazione di armonia con i governanti e i religiosi del Tibet e questa è una cosa estremamente importante e che vorrei sottolineare.
Io ho visto un documento scritto dal leader tibetano di quel momento, Mivagn Polonas, che osannava le qualità di questi missionari. Certo, è vero, che la ragione per cui essi viaggiarono nel Tibet fu per diffondere la religione cattolica, però non fecero solo questo, quello che loro fecero e che appunto mi colpisce di più è proprio questa opera di studio che riportò alla comprensione ed eventualmente all’armonia fra questi due credo religiosi.
Ecco, questo avvenne 250 anni fa, in quella particolare situazione. Oggi, per noi invece possiamo comunicare molto più facilmente, viaggiare, incontrarci come e quando vogliamo, questo diventa molto più semplice e quindi bisogna trovare continuamente occasioni per farlo.
I giorni scorsi pioveva molto, mentre invece oggi il sole picchia, quindi non mi voglio dilungare troppo, perché altrimenti questo potrebbe crearvi dello sconforto. Vorrei ancora ringraziare tutti quanti, vorrei ringraziare soprattutto il Sindaco (ing. Roberto Busca) perché quando l’ho visto, quando ci siamo incontrati, ho proprio sentito da lui questo forte sentimento di amicizia e vorrei anche ringraziare il Rappresentante dei Cappuccini (padre Angelico Violoni) per le parole che ha detto nel suo discorso, soprattutto del suo desiderio, della sua preghiera che il Tibet non diventi come la Bosnia, ecco questa è una cosa che mi ha profondamente colpito; lo ringrazio.
Volevo anche ringraziare del momento di ilarità che è stato poc’anzi provocato dalla chiave sparita*”.

La simbolica ‘Chiave della città’ che è stata consegnata a S.S. Tenzin Gyatso soltanto dopo alcuni minuti dall’annuncio perché… non si trovava più